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VERSETTI A SOSTEGNO?

È giunto il momento, in questa ultima parte, di capire quali sono i fraintendimenti scritturali che portano a sostenere la disassociazione all’interno dell’organizzazione.

Una delle scritture menzionate dalle riviste più spesso in questi casi è 1Corinti 5:11 che dice “Ora però vi scrivo di smettere di stare in compagnia di chi è chiamato fratello ma pratica l’immoralità sessuale o è avido, idolatra, oltraggiatore, ubriacone o ladro, non mangiando nemmeno con una persona del genere.

Stando alle istruzioni date da Gesù stesso in Matteo 18:15-17, anche Paolo dà istruzioni simili. In 2Tessalonicesi 3:6,14,15 dice: “6 Fratelli, nel nome del nostro Signore Gesù Cristo vi diamo istruzioni di allontanarvi da ogni fratello che si comporta disordinatamente e non secondo la tradizione che avete ricevuto da noi. 14 Ma se qualcuno non ubbidisce a ciò che diciamo in questa lettera, tenetelo segnato e smettete di stare in sua compagnia, in modo che si vergogni. 15 Comunque non consideratelo un nemico, ma continuate ad ammonirlo come un fratello”.

Paolo dice di segnare (non ostracizzare) coloro che non ubbidivano alla lettera ispirata (quindi a Dio), smettendo di stare in loro compagnia, ma questo non implicava il togliere il saluto. Anzi, implicava il continuare ad ammonirlo come un fratello. Persino di coloro che promuovevano divisioni e sette non viene detto questo bensì Romani 16:17 dice: “Ora, fratelli, vi esorto a tenere d’occhio quelli che fomentano divisioni e creano ostacoli alla fede, in contrasto con l’insegnamento che avete ricevuto. State lontani da loro

Paolo in 1Corinti 5 si riferisce a “chi è chiamato fratello”. Se una persona viene disassociata e non è più identificata come “fratello” non sussiste alcun motivo di ostracismo, ma come disse Cristo “ti sia come un uomo delle nazioni”.

Inoltre è interessante notare il caso specifico menzionato dall’apostolo Paolo in 1Cor 5. Se si legge il primo versetto di quel capitolo si comprende il riferimento a una situazione specifica della congregazione: “un uomo che convive con la moglie di suo padre”.

Paolo riprese l’argomento nella sua seconda lettera e vi fece riferimento in 2Corinti 2:5,6 “Ora, se qualcuno è stato motivo di tristezza, non ha rattristato me, ma in una certa misura — lo dico per non essere troppo duro — tutti voi.  6 Per quest’uomo è sufficiente il rimprovero che la maggioranza di voi gli ha fatto.”

Perciò neppure tutta la congregazione avrebbe dovuto tenerlo segnato, ma "la maggioranza". Questo è molto molto diverso da quanto è stato promosso fino ad oggi nelle congregazioni dei Testimoni di Geova.

Altra scrittura citata nelle riviste che argomentano a favore della disassociazione è 2Giovanni 10, che dice: “Se qualcuno viene da voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non rivolgetegli un saluto.”

Non possiamo non tenere conto del contesto in cui questo versetto è inserito. Il versetto 7 si riferisce all’anticristo, ovvero “persone che non riconoscono che Gesù Cristo è venuto nella carne”.

A rigor di termini questo si applicherebbe molto più direttamente a buddhisti, ebrei e musulmani che negano il sacrificio di Cristo e il suo ruolo nel proposito di Dio, piuttosto che a fratelli che semplicemente potrebbero non essere d’accordo con aspetti organizzativi o non condividono alcune vedute del Corpo Direttivo eppure continuano ad avere fede in Cristo e nel suo sacrificio.

All'epoca, i primi cristiani non avevano chiese o altri luoghi di culto, perciò si riunivano in case private.
Quindi "non riceverlo in casa" comportava non associarsi con la congregazione cristiana.
Inoltre a queste riunioni si facevano convitti d'amore dove si condivideva un pasto, molto probabilmente durante questo pasto si ricordava il sacrificio di Cristo spezzando il pane e bevendo il vino in suo ricordo in comunione.
Quindi l'associazione cristiana era preclusa a questi fratelli disordinati, ma erano comunque trattati con dignità e seguiti in altre occasioni.
La loro condotta dimostrava che avrebbero mangiato il pane e il vino indegnamente, a loro rischio (1 Cor. 11:29)